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“Il partito di Renzi non è un dramma, ma noi non siamo all’uscio del Pd”

L’alleanza con il M5s e i suoi probabili effetti a livello locale. Ne parliamo con Fornaro, capogruppo alla Camera di LeU e tra gli artefici del governo giallorosso. Con i grillini possibili convergenze alle Comunali, al secondo turno

“Il Paese ha bisogno di tutto, meno di un Ds punto zero”. A scacciare l’immagine di un ritorno a uno dei due genitori del Partito Democratico non è il renziano di turno, ma “uno spettatore”, come si definisce in premessa Federico Fornaro, di quell’uscita dal Pd che Matteo Renzi ha ormai pronta e di fronte alla quale il capogruppo alla Camera di Liberi e Uguali avverte: “Guai se il risultato nel partito derenzizzato fosse un’operazione torcicollo”.

Quello sguardo all’indietro, però, c’è e talvolta lo si intravvede piuttosto chiaramente. Fornaro, lei che dai Ds arriva e ne è stato pure dirigente, lo considera un rischio, peggio una iattura. Con Renzi del ritorno al futuro, il Pd di Zingaretti potrebbe rispondere con il ritorno al passato?
“La strategia non deve essere quella. Sono convinto, per esempio, che nel mondo cattolico ci sia un serbatoio straordinario di passione sociale e civile prima ancora che politica di cui la sinistra moderna non possa fare a meno. Serve guardare avanti e nell’allargare l’orizzonte si vede una sinistra plurale che ha una componente cristiano-sociale molto significativa perché lì c’è un giacimento di impegno, di intransigenza morale che può e deve essere parte fondativa di una moderna sinistra riformista”.

Ripartiamo dall’inizio. Quando farà lo strappo Renzi?
“Ribadisco il mio ruolo di spettatore. Detto questo, è vero l’uscita viene data per certa, rimane incerta la tempistica, Qualcuno la prevede alla Leopolda, altri più avanti”.

Dipende dalla legge elettorale che porti al proporzionale puro?
“La legge da sola non produce una frattura, ma senza una nuova legge e con il Rosatellum, sarebbe tutto più complicato. Il proporzionale aiuta la formazione di un nuovo partito”.

Una scommessa pesante quella dell’ex segretario.
“La scommessa di Renzi è quella di andare ad occupare un centro liberaldemocratico, all’incrocio tra centrosinistra e centrodestra, quella posizione che storicamente ha visto prevalere Forza Italia e, in passato, la posizione storica della Democrazia Cristiana che a seconda delle stagioni guardava piu a destra, dove il confine era il Partito Liberale, o più a sinistra”.

Lei che idea s’è fatto, oltre a quella del posizionamento, del disegno di Renzi?
“Quella di un centro moderno che prova a interpretare da una posizione più moderata e meno ideologica la contemporaneità e che guarda più verso sinistra, anche se dipenderà da quanto l’operazione sarà in grado di attrarre elettoralmente e anche sotto il profilo dei quadri Forza Italia. In ogni caso l’uscita di Renzi insieme a una prospettiva proporzionale in qualche modo rimetterebbe in discussione le stesse ragioni fondative del Partito Democratico. Provo a dirla così: il combinato disposto di legge elettorale proporzionale e l’uscita di Renzi rafforzerebbe uno schema con una sinistra di governo da una parte e un centro dall’altra che dialogano”.

Senta Fornaro, pochi giorni fa Maria Elena Boschi ha detto che il ritorno nel Pd di Bersani e D’Alema sarebbe un problema. Non sarà mica stupito?
“No. Però leggere questa fase di profonda trasformazione del sistema politico con le battute come quella della Boschi non serve a nessuno e sono affermazioni irrispettose. Io rispetterò la scelta, se e quando ci sarà, dei renziani di dare vita a un loro partito. Ma deve essere chiara una cosa: noi non siamo all’uscio aspettando che ci aprano la porta”.

Eppure non sono pochi quelli che fanno l’equazione: fuori Renzi dentro Bersani e D’Alema. Lei, intanto, ha spiegato che quella dell’ex segretario e premier del Pd non sarebbe un’operazione di trasformismo, ma un’operazione che avrebbe una sua coerenza e una sua dignità.
“È vero, lo penso. La sua è una cultura liberal-democratica, la sua collocazione quella in un centro moderno e riformista. Tornando alla questione di un nostro ritorno, il tema non solo non è in agenda, ma neppure sarebbe utile. Noi diciamo da tempo che vogliamo costruire un soggetto costituente.  Guardiamo a qualcosa che superi anche l’esperienza del Pd. Articolo Uno è orgogliosamente strutturato a livello nazionale. Siamo nati per dare un contributo alla costruzione di una moderna sinistra di governo”.

Adesso al Governo ci siete e avete anche ottenuto un ministero di peso come quello della Salute. Mica male, no?
“Sono molto contento per Roberto Speranza, così come per Cecilia Guerra al Mef. In questa crisi abbiamo dato una bella prova di politica, tenendo ferma la nostra posizione di serietà e di richiesta di pari dignità”.

Fatta la coalizione, adesso Dario Franceschini ha prospettato alleanze anche nelle Regioni e nei Comuni con i Cinquestelle, Zingaretti ha subito sposato l’idea. Lei, da politico ma anche da esperto di sistemi elettorali, pensa sia facile, produttivo e, ancor prima, possibile?
“Faccio una premessa, i sistemi elettorali aiutano a disegnare l’offerta politica. Un conto è un sistema a turno unico, altro quello con il ballottaggio. Quindi, per le regionali vedo con grande difficoltà tempi rapidi per declinare l’alleanza di governo. O l’alleanza è siglata all’inizio oppure la desistenza non è possibile. Per questo, guardando all’Emilia-Romagna, primo grande appuntamento, sono d’accordo con Bersani nel rivolgersi all’elettorato dei Cinqustelle ed evidenziare come occorra fare fronte comune più dal punto di vista elettorale che dei partiti, contro una destra che ha una candidata radicale come la Borgonzoni”.

In Piemonte per la Regione si è appena votato, ma tra due anni si voterà per il sindaco di Torino. E lì?
“Vedo più facile rispetto a prima che un elettore Cinquestelle possa votare per un candidato del Pd anzichè per uno del centrodestra. Non bisogna dimenticare che la coalizione Lega e Cinquestelle, caso unico nell’Italia repubblicana, non ha avuto alcuna trasposizione sui territori. Oggi è piu facile pensare a possibili alleanze sul modello di quella di governo”.

Ma, sempre guardando a Torino, un’alleanza già al primo turno? Un’istituzionalizzazione elettorale immediata del vecchio Chiappendino? 
“Su una coalizione iniziale ho molti dubbi. Le cose vanno maturate. In un mese abbiamo fatto quel che non si è fatto in anni. Inviterei tutti alla cautela. La crisi si è risolta perché si è rotto il muro di incomunicabilità tra M5s e Pd, quello che noi chiedevamo nel 2013 e nel 2018. Poi si è fatto il Governo. Adesso bisogna anche fidarsi l’uno dell’altro. Ci vuole del tempo. Ma se non si fosse rotto il muro non si sarebbe risolta la crisi. Senza forzare parallelismi storici è quel muro tra due forze popolari come socialisti e cattolici che nel 1922 invece non fu rotto”.

Nel Pd si levano le proteste per la mancanza di esponenti del Pd toscano nel Governo, alcuni renziani hanno parlato di vendetta. In Piemonte il mugugno per avere ottenuto solo un sottosegretario c’è anche se rimane circoscritto nei confini. Anche questa differenza racconta una marginalità della regione?
“Trovo questa polemica che si ripropone ogni volta, ricordo che capitò anche quando ero il vicesegretario di Gianfranco Morgando, di un certo provincialismo. Il problema non è avere un ministro o sottosegretario di una regione, ma essere all’altezza delle sfide in una fase così difficile. Le forze vive di questa regione devono proporre al governo un’agenda Piemonte, più che dolersi di una mancata rappresentanza del Pd. E poi nel Pd si mettano d’accordo: o valgono i territori o valgono le correnti. Da piemontese voglio che il ministro della Sanità si occupi e risolva i nostri problemi, non mi interessa se è di Potenza e non di Castelletto d’Orba”.

Di Castelletto d’Orba, poi, c’è già lei. E nel futuro della sinistra cosa c’è?
“Spero molto, molto di buono e molto da fare per il Paese. Ma dobbiamo avere ben presente una cosa.

Quale?
“Fra tre anni ci troveremmo un sistema politico profondamente cambiato, anche nel centrodestra dove chi si è mosso con maggiore intelligenza in questa fase è stato Berlusconi: ha disegnato un centro del centrodestra moderno, europeista, attrattivo. Ovviamente ha il problema della leadership. Forza Italia deve risolvere la questione dell’eredità di Berlusconi, altrimenti con lui finisce anche il partito”.

Intanto Renzi si prepara.
“E non è detto che nel suo progetto non possa coinvolgere anche altri parlamentari di forze moderate”.